La crisi di fiducia nella politica è ai massimi storici, è necessario un passo importante che restituisca alla classe dirigente la stima necessaria
Maria Paterno
Lo spettacolo a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni non è stato edificante, da destra e da sinistra sono volate accuse d'onta e disonore contro il governo che ha osato, nell'articolo 23 della manovra, prevedere un decreto d'urgenza per l'adeguamento degli stipendi dei parlamentari. Dopo la bufera, Monti ha fatto dietro front, la decisione per la riduzione degli emolumenti viene delegata esclusivamente al parlamento. I bacchettatori hanno fatto presente che il governo non può decidere di tagliare gli stipendi attraverso un decreto ma che gli stessi parlamentari, autonomamente, devono decidere dei loro compensi. Una garanzia blindata insomma.
Non è bene portare alta la bandiera dell'antipolitica, che senza dubbio nasconde insidie e pericoli per la democrazia, ma è palpabile l'aria che tira, i cittadini hanno grosse difficoltà a fidarsi dei politici. A dircelo un sondaggio di Repubblica, nonostante le deluse aspettative causate dalla manovra, circa il 54% del campione analizzato ripone ancora molta fiducia nel governo Monti, proprio perché non composto da politici. È giunta l'ora in cui la nostra classe dirigente cominci a farsi un esame di coscienza ed inizi a mettere in atto atteggiamenti che contribuiscano a rafforzare la propria credibilità, piuttosto che invocare all'illegittimità del decreto d'urgenza taglia stipendi, che pur è risultato incostituzionale.
Il punto è che l'abominio a cui siamo stati costretti ad assistere negli ultimi anni impone a chi ci rappresenta in parlamento una presa di responsabilità che permetta di smontare il moto di dissenso dei cittadini nei confronti della politica. In questi giorni, invece, c'è mancato poco ai picchetti nelle aule, con tende e sit in stile indignatos, e tutto perché c'era il rischio che questa volta gli stipendi venissero tagliati sul serio. Un popolo che sente oggi, come non accadeva dai tempi di Tangentopoli, il bisogno di riacquistare piena fiducia nei suoi rappresentanti, difronte a simili atteggiamenti difficilmente è in grado di capire e giustificare. Dal canto suo, la politica fatica a comprendere che basta davvero poco per dare un segnale positivo che le permetta di ritrovare credito, il taglio degli stipendi potrebbe essere un primo passo. Non si vuole condannare la casta per i privilegi acquisiti che, sia chiaro, ad ogni modo andrebbero ridimensionati, ma ciò che rappresenta il vero insulto agli italiani è l'improduttività del parlamento. Siamo davanti ad una vera e propria questione di principio, il fulcro del problema non riguarda i compensi, nemmeno così astronomici, il punto è che semplicemente, se tutti sono chiamati a fare sacrifici subito non si capisce perché a Montecitorio e a palazzo Madama i sacrifici debbano arrivare in differita, specie se il sentire comune reputa la Camera ed il Senato colpevoli d'aver cagionato la stagnazione del paese, se non la recessione, a causa di una cattiva gestione.
La commissione parlamentare a lavoro da questa estate, istituita per l'adeguamento degli stipendi di deputati e senatori, ha fatto sapere che non ce la farà a portare in parlamento i primi risultati dello studio entro il termine previsto del 31 dicembre. Pare che ci sarebbe una certa difficoltà a reperire i dati degli stipendi medi degli altri funzionari europei. Con tutta la buona volontà, francamente risulta difficile ammettere che questo non sia solo un modo per temporeggiare. Ma Fini e Schifani assicurano “ci taglieremo gli stipendi", ora resta solo da capire quando.



