mercoledì 14 dicembre 2011

Tagliare gli stipendi dei parlamentari non si può, si deve

La crisi di fiducia nella politica è ai massimi storici, è necessario un passo importante che restituisca alla classe dirigente la stima necessaria


Maria Paterno

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni non è stato edificante, da destra e da sinistra sono volate accuse d'onta e disonore contro il governo che ha osato, nell'articolo 23 della manovra, prevedere un decreto d'urgenza per l'adeguamento degli stipendi dei parlamentari. Dopo la bufera, Monti ha fatto dietro front, la decisione per la riduzione degli emolumenti viene delegata esclusivamente al parlamento. I bacchettatori hanno fatto presente che il governo non può decidere di tagliare gli stipendi attraverso un decreto ma che gli stessi parlamentari, autonomamente, devono decidere dei loro compensi. Una garanzia blindata insomma.
Non è bene portare alta la bandiera dell'antipolitica, che senza dubbio nasconde insidie e pericoli per la democrazia, ma è palpabile l'aria che tira, i cittadini hanno grosse difficoltà a fidarsi dei politici. A dircelo un sondaggio di Repubblica, nonostante le deluse aspettative causate dalla manovra, circa il 54% del campione analizzato ripone ancora molta fiducia nel governo Monti, proprio perché non composto da politici. È giunta l'ora in cui la nostra classe dirigente cominci a farsi un esame di coscienza ed inizi a mettere in atto atteggiamenti che contribuiscano a rafforzare la propria credibilità, piuttosto che invocare all'illegittimità del decreto d'urgenza taglia stipendi, che pur è risultato incostituzionale.
Il punto è che l'abominio a cui siamo stati costretti ad assistere negli ultimi anni impone a chi ci rappresenta in parlamento una presa di responsabilità che permetta di smontare il moto di dissenso dei cittadini nei confronti della politica. In questi giorni, invece, c'è mancato poco ai picchetti nelle aule, con tende e sit in stile indignatos, e tutto perché c'era il rischio che questa volta gli stipendi venissero tagliati sul serio. Un popolo che sente oggi, come non accadeva dai tempi di Tangentopoli, il bisogno di riacquistare piena fiducia nei suoi rappresentanti, difronte a simili atteggiamenti difficilmente è in grado di capire e giustificare. Dal canto suo, la politica fatica a comprendere che basta davvero poco per dare un segnale positivo che le permetta di ritrovare credito, il taglio degli stipendi potrebbe essere un primo passo. Non si vuole condannare la casta per i privilegi acquisiti che, sia chiaro, ad ogni modo andrebbero ridimensionati, ma ciò che rappresenta il vero insulto agli italiani è l'improduttività del parlamento. Siamo davanti ad una vera e propria questione di principio, il fulcro del problema non riguarda i compensi, nemmeno così astronomici, il punto è che semplicemente, se tutti sono chiamati a fare sacrifici subito non si capisce perché a Montecitorio e a palazzo Madama i sacrifici debbano arrivare in differita, specie se il sentire comune reputa la Camera ed il Senato colpevoli d'aver cagionato la stagnazione del paese, se non la recessione, a causa di una cattiva gestione.
La commissione parlamentare a lavoro da questa estate, istituita per l'adeguamento degli stipendi di deputati e senatori, ha fatto sapere che non ce la farà a portare in parlamento i primi risultati dello studio entro il termine previsto del 31 dicembre. Pare che ci sarebbe una certa difficoltà a reperire i dati degli stipendi medi degli altri funzionari europei. Con tutta la buona volontà, francamente risulta difficile ammettere che questo non sia solo un modo per temporeggiare. Ma Fini e Schifani assicurano “ci taglieremo gli stipendi", ora resta solo da capire quando.

sabato 3 dicembre 2011

Il paese delle spose infelici, i "ragazzi di vita" della Puglia anni '90

Maria Paterno


Locandina film "Il paese delle spose infelici"
Provincia di Taranto, anni '90, sullo sfondo i fumi della fabbrica siderurgica. È questo lo scenario che fa da scorcio alle vicende del film "Il paese delle spose infelici", in cui s'intrecciano le storie di vita di una giovane donna, venuta da chissà dove, e di due adolescenti, tanto diversi quanto simili. 
Zazà, solo al mondo, fratello spacciatore, lasciato allo sbando. Veleno, ragazzo di buona famiglia, madre premurosa, padre avvocato, prigioniero di una vita che gli sta stretta. È qui che avviene una piccola significativa rivoluzione, è forse possibile modificare l'andamento di un destino all'apparenza già segnato? Zazà, grazie al mister Cenzoum, capisce di avere i piedi d'oro, ed intravede la sua possibilità di riscatto da quella giovinezza infausta. Veleno, si ribella a quell'esistenza borghese che la famiglia gli impone e decide di sporcarsi con la vita, quella vera, tra i ragazzi di strada che per sopravvivere e basta si rifugiano nel campo da calcio lercio e fangoso della Cosmica.
Diviene "Madonna" protettrice della squadra di calcio, Annalisa, tragica figura borderline, sposa infelice che tenta il suicidio, lanciandosi dalla chiesa del paese. Questa figura, avvolta dal mistero, diventa l'ossessione di Zazà e Veleno che timidamente riescono ad avvicinarla. Tra i tre s' instaura un rapporto ambiguo, marcato da un  ingenua amicizia e dalle pulsioni sessuali, tipiche dell'adolescenza, dei due acerbi protagonisti, accomunati dal medesimo desiderio di conoscere e sentire la vita, dalla stessa voglia di amare Annalisa, dallo stesso identico anelito d'evasione da una realtà controversa.
Con ogni certezza, s'intravede uno spaccato a tinte fosche della realtà tarantina di quegli anni. Terra mangiata dall'inquinamento, devastata dalla mattanza sanguinosa della criminalità, protagonista dell'ascesa politica di loschi figuri. 
Tutta la vicenda è narrata in maniera cruda e asciutta, forse fin troppo, tant'è che spesso si ha la sensazione che ogni tema, ogni tassello del film che compone l'intreccio narrativo venga accennato e poi abbandonato lì.  
L'opera prima di Mezzapesa lascia un po' spiazzati, è difficile capire dove la narrazione voglia condurre. La sensazione che si ha, sebbene si riscontrino i richiami al neorealismo di Pier Paolo Pasolini o ai documentari di Cecilia Mangini, in cui le tematiche trattate vengono raccontate in maniera pregnante, da attori presi dalla strada, è che qui qualcosa non funzioni, che qualcosa rimanga in sospeso e non elaborato, come invece le dinamiche delle traversie personali dei protagonisti meriterebbero.

venerdì 2 dicembre 2011

Togliete i libri alle donne e faranno più figli

L' acuta analisi sociologica di Libero

Maria Paterno


Questa è l'ultima trovata del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, un bell'articolo in cui si argomenta di come il declino demografico sia da imputare alla scolarizzazione delle donne che di conseguenza  hanno smesso di aspirare a diventare angeli del focolare e mere incubatrici per costruirsi una carriera, per affermare la propria identità e la propria indipendenza.
Il genio di turno che dispensa ricette per risollevare le sorti della curva demografica è niente poco di meno che Camillo Langone, già avvezzo ad operazioni per così dire, provocatorie. Il 23 aprile scorso infatti se ne esce con un'altra fatica, "l'elogio del maschio con le palle: alle donne piace "fascista". L'ispirazione arriva dal libro di una tale poetessa Gemma Gaetani, "Ogni donna ama un fascista". Insomma la comunità femminile tutta ringrazia per l'illuminante informazione, senza vagheremmo ancora per le strade alla ricerca di chissà quale maschio, ora lo sappiamo, dobbiamo cercare un fascista.
Tornando alla rivelazione shock del 30 novembre il buon Langone cita un autorevolissima (?) ricerca condotta dalla Harvard Kennedy School of Government che afferma: «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze». E quindi? Il sillogismo d'obbligo nella ricetta del simpatico Camillo è che basta chiudere qualche facoltà per permettere alle donne di proliferare nuovamente come criceti.
Un analisi sociologica acuta, non c'è che dire. Logico rispondere che la ricetta per permettere alle donne di fare più figli non è certamente quella in cui si proclama la cacciata delle stesse dalle università ma un piano welfare efficace che consenta di essere mamme e lavoratrici allo stesso tempo. Ma ciò che mi lascia sconcertata non è solamente la superficiale soluzione proposta per far nascere più bebè, ciò che mi atterrisce è che ancora si continui a demonizzare la fanciulla che decide di salvarsi da sola e non aspetta dal balcone, con la treccia calata, l'arrivo del principe azzurro che la liberi. E poi parliamoci chiaro, ma dove sta scritto che la donna debba sempre necessariamente trovarsi nella condizione di puerpera? E adesso Langone prova a lobotomizzarmi!